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La mindfulness nel rapporto con il cibo

La mindfulness nel rapporto con il cibo

La mindfulness ha origine dalle pratiche di meditazione buddista e significa presenza della mente, ma anche presenza del cuore, secondo un antico ideogramma orientale.

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È quindi una pratica di origine orientale che è stata applicata in occidente a svariati contesti, concettualizzata per primo da Jon Kobat-Zinn nel 1993 che la ha utilizzata all’interno delle tecniche di psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Il suo scopo è coltivare alcune qualità dell’attenzione, attraverso la modulazione dell’attenzione stessa, in un atteggiamento curioso, benevolo, accogliente e non giudicante nei confronti di sé e della propria esperienza esistenziale. Si fonda su sette pilastri fondamentali: la saggezza interiore, ossia la capacità di lasciare andare i pensieri e le emozioni negative, il non giudizio, la pazienza, la mente del principiante, la fiducia, il non cercare risultati, l’accettazione.

Va da sé che questo cambiamento di paradigma teorico e pratico è molto lontano dalla nostra cultura occidentale, così “multitasking”, così attenta alla forma e al risultato. La mente occidentale è abituata a vagare nel passato (ruminazioni) o nel futuro (pensiero anticipatorio), non sa stare nel presente: siamo sempre presi da ricordi del passato o da pensieri su come andrà il domani che ci affaticano, ci fanno perdere di vista come stiamo nel momento presente. Se pensiamo continuamente a qualcosa di brutto che ci è capitato, a qualcosa di spiacevole che ci è stato detto, o se pensiamo al futuro che ci attende, dissipiamo una enorme quantità di energia.

Siamo così abituati a non porre la giusta attenzione nel momento presente, il qui ed ora di ciò che succede dentro di noi che intorno a noi, ma a vagare tra ricordi e pensieri sul futuro, da costringere la nostra mente ad utilizzare una modalità di risparmi energetico per la maggior parte del tempo, il così detto “pilota automatico”. È come pensare a guidare e parlare con una persona accanto: l’esperienza della guida diventa un automatismo, mentre ci concentriamo sulla conversazione. Ma è stato verificato e studiato che possiamo arrivare ad abusare durante la giornata di questo pilota automatico, basti pensare che prendiamo decisioni in automatico quotidianamente per il 95 delle volte. Siamo quindi veramente consapevoli solo il 5 delle volte che siamo chiamati a scegliere e decidere nell’arco della giornata.

Tutto ciò si cala benissimo anche nel modo in cui mangiamo. Consumiamo cibo spesso velocemente durante la giornata, spesso chiacchierando con qualcun altro, spesso in momenti della giornata in cui siamo nervosi o anche annoiati. Spesso non siamo più capaci di sentire la sensazione di sazietà o anche di fame, il gusto del cibo stesso è alterato dalle nostre emozioni.

Da adulti e soprattutto come genitori abbiamo la tendenza a premiare i bambini con cibi particolarmente ghiotti, con il rischio di andare ad associare il cibo ad una ricompensa, creando così i presupposti per un’alimentazione disordinata.

La mindfulness può ristabilire un corretto rapporto con il cibo quindi, imparando ad assaggiare il cibo con lentezza e percepire gusti e aromi con dovizia di particolari percettivi che prima, per la fretta, si davano per scontati, il tutto con un atteggiamento non giudicante.

Questa pratica è stata chiamata “Mindful eating” e ha trovato applicazione in sinergia con psicologi e nutrizionisti, per aiutare a ristabilire un corretto rapporto con il cibo in adulti e giovani con disturbi dell’alimentazione.

Oltre a ristabilire un corretto rapporto con il cibo la mindful eating aiuta all’accettazione di sé, non come rassegnazione passiva, ma anzi come trasformazione attiva, ammettendo le proprie responsabilità negli agiti quotidiani e non giudicando in termini perfezionistici, ma con umiltà e con nuova energia propositiva.

L’interesse crescente però per le pratiche meditative ha portato anche allo studio dei benefici fisici e psicologici apportati da una pratica costante delle tecniche mindfulness nel tempo.
Si sono perciò osservate, nei cervelli dei meditatori esperti, delle modificazioni importanti del sistema nervoso centrale, il minor interessamento di alcune aree cerebrali coinvolte nella percezione dell’ansia e di emozioni spiacevoli come rabbia e tristezza.

La prospettiva della mindfulness quindi apre ad una prospettiva totalmente nuova, ad una modalità di porsi in relazione con la propria esperienza, cioè un’apertura sulla modalità dell’essere, in contrapposizione alla modalità del fare (cit. Harris, 2010).

Nella modalità del fare siamo proiettati a monitorare le discrepanze tra mondo ideale e mondo reale, innescando emozioni negative, frustrazione, delusione, rimpianto.

Essere presenti a ciò che si è, a ciò che si sente, si pensa, così com’è, senza la compulsione immediata a cambiare, ottenere, diventare, e imparando al contempo a tollerare le emozioni negative è un cambiamento lento, una prospettiva nuova, un atteggiamento diverso, che parte da dentro di noi, ma che conduce alla via di una vita più felice, anche partendo dal cibo, che è nutrimento vitale.

Dott.ssa Alessia Gollini
Psicologo/psicoterapeuta/psicologo giuridico e forense
SITO WEB: www.studipsicologiroma.it

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